L’intelligenza artificiale e la responsabilità di non semplificare

a cura di Daniela Mulas
27/03/2026
.

Ogni volta che la medicina incontra una nuova tecnologia emerge la stessa speranza: che qualcosa riesca finalmente a ridurre l’incertezza, rendere le scelte più nitide, alleggerire il peso della decisione. Oggi questa speranza prende il nome di intelligenza artificiale. Il lavoro pubblicato su The Lancet Infectious Diseases* mostra bene perché il tema meriti attenzione: nel contrasto all’antimicrobico-resistenza l’AI può intervenire in ambiti cruciali, dalla scoperta e sviluppo di nuovi antibiotici alla stewardship antimicrobica, dalla diagnostica alla sorveglianza, fino al supporto della sanità pubblica, grazie alla capacità di riconoscere nei dati pattern non immediatamente visibili alla lettura clinica tradizionale.

Ma il punto più interessante dell’articolo non è l’elenco delle promesse. È il richiamo al limite. Gli autori ricordano infatti che l’intelligenza artificiale non opera in uno spazio neutro: per essere utile ha bisogno di infrastrutture, competenze, implementazione e di un governo attento delle questioni tecniche, regolatorie, etiche e di policy. Per questo l’AI non va pensata come una scorciatoia capace di risolvere automaticamente l’AMR, ma come uno strumento che amplifica tanto le risorse quanto le fragilità del sistema in cui entra. Se il contesto è solido, l’algoritmo può aiutare. Se il contesto è frammentato, l’algoritmo rischia di ereditarne la frammentazione.

Per i medici veterinari questa riflessione è particolarmente importante. La resistenza antimicrobica non riguarda un solo settore e non può essere affrontata con uno sguardo parziale: lo stesso articolo richiama obiettivi che coinvolgono salute umana, animale e ambientale. In questa prospettiva, pienamente coerente con l’approccio One Health, l’intelligenza artificiale acquista valore non quando sostituisce il giudizio professionale, ma quando lo sostiene dentro reti di dati affidabili, pratiche di stewardship coerenti e responsabilità chiaramente assunte. La tecnologia può orientare, ma non assolve. Può segnalare una tendenza, ma non elimina il dovere di interpretarla.

C’è poi un aspetto culturale che l’articolo lascia intravedere e che merita di essere messo in primo piano. Davanti a strumenti sempre più sofisticati, il rischio non è solo l’entusiasmo ingenuo, ma anche la delega. Eppure, proprio nel campo dell’AMR, dove le decisioni hanno effetti clinici, epidemiologici e collettivi, delegare troppo sarebbe un errore. L’intelligenza artificiale può aiutarci a vedere meglio, ma non può sostituire la prudenza, la valutazione del contesto, il senso della misura. In altre parole, non elimina la responsabilità: la rende ancora più esigente.

In fondo, la vera domanda non è se l’AI cambierà il contrasto all’antimicrobico-resistenza, ma quale idea di sanità e di professione vogliamo costruire intorno a essa. Perché non bastano strumenti intelligenti se non diventano più intelligenti anche le organizzazioni che li usano. La sfida, allora, non è affidare all’algoritmo il compito di decidere al posto nostro, ma costruire sistemi capaci di integrare innovazione, trasparenza, competenza e responsabilità. Solo così l’intelligenza artificiale smette di essere una promessa astratta e diventa una risorsa concreta, al servizio della cura, della sanità pubblica e della salute in tutte le sue dimensioni. 

*Howard A, Reza N, Green PL, Yin M, Duffy E, Mwandumba HC, Gerada A, Hope W. Artificial intelligence and infectious diseases: tackling antimicrobial resistance, from personalised care to antibiotic discovery. Lancet Infect Dis. 2026 Mar;26(3):e181-e192. doi:10.1016/S1473- 3099(25)00313-5. Epub 2025 Sep 16.

FNOVI!
iscriviti alla newsletter di