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Piano pandemico, hantavirus e prevenzione veterinaria

a cura di Daniela Mulas
15/05/2026
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Le emergenze sanitarie non iniziano quando diventano visibili. Spesso nascono molto prima, nei punti di contatto tra uomo, animali e ambiente, dove un cambiamento ecologico, un salto di specie, una nuova esposizione o una sottovalutazione del rischio possono trasformarsi in un problema di salute pubblica. È in questo spazio, prima della crisi, che la prevenzione misura la propria forza.

Il Piano strategico-operativo di preparazione e risposta a una pandemia da patogeni respiratori a maggiore potenziale pandemico 2025-2029 richiama la necessità di rafforzare la preparedness del Paese: sorveglianza, capacità diagnostica, comunicazione del rischio, coordinamento istituzionale, disponibilità di strumenti operativi e integrazione tra i diversi livelli del sistema sanitario.

Non è un piano generale su tutte le zoonosi. Tuttavia, la sua logica richiama con chiarezza la necessità di un approccio One Health, capace di tenere insieme salute umana, salute animale e ambiente. In questo quadro la sanità pubblica veterinaria non è un elemento accessorio, ma una componente strutturale della sicurezza sanitaria. I medici veterinari operano ogni giorno nei luoghi in cui molti rischi possono essere intercettati prima che diventino emergenze: negli allevamenti, nella fauna selvatica, nei laboratori, nei sistemi di sorveglianza, nella sicurezza alimentare, nella gestione dei focolai, nella biosicurezza e nel controllo delle zoonosi. La loro presenza consente di leggere segnali che altrimenti resterebbero frammentati, dispersi o sottovalutati. L’influenza aviaria è l’esempio più immediato di quanto la sorveglianza veterinaria sia decisiva per la salute pubblica. Ma non è l’unico.

Anche l’hantavirus può essere richiamato come esempio utile per comprendere la logica della preparedness: un agente zoonotico mantenuto in natura da roditori selvatici, la cui trasmissione all’uomo è legata soprattutto al contatto, anche indiretto, con ambienti contaminati da urine, feci o saliva di animali infetti. Il punto non è alimentare allarme. Il punto è ricordare che i rischi sanitari emergenti richiedono sistemi capaci di osservare, interpretare e intervenire precocemente. La prevenzione non può iniziare solo quando la malattia arriva all’uomo. Deve essere costruita prima, attraverso la conoscenza dei serbatoi animali, il monitoraggio degli ecosistemi, la qualità dei dati, la capacità dei laboratori, la formazione degli operatori e una comunicazione chiara, proporzionata e basata sulle evidenze. La pandemia da Covid-19 ha mostrato quanto sia fragile una risposta costruita solo sull’emergenza. Arrivare tardi significa pagare un costo altissimo: in vite, in fiducia, in stabilità sociale ed economica. Per questo la preparedness non può essere ridotta alla disponibilità di piani scritti. Deve diventare pratica quotidiana, cultura organizzativa, collaborazione tra professioni e responsabilità condivisa.

In questa prospettiva, valorizzare il ruolo dei medici veterinari significa rafforzare l’intero sistema di prevenzione. Significa riconoscere che la salute pubblica non si difende soltanto negli ospedali, ma anche nei territori, negli allevamenti, nei laboratori, nei controlli ufficiali, nella sorveglianza epidemiologica, nella gestione delle emergenze animali e nella tutela della sicurezza alimentare. Il Piano pandemico rappresenta quindi anche un’occasione culturale: superare definitivamente l’idea di compartimenti separati e costruire una risposta sanitaria realmente integrata. Le minacce del nostro tempo non rispettano confini amministrativi né disciplinari. Possono nascere nell’ambiente, coinvolgere animali, arrivare all’uomo, generare paura, disinformazione, impatto economico e sfiducia.

La prevenzione veterinaria è una delle infrastrutture invisibili della salute pubblica. Renderla visibile, integrarla pienamente nei percorsi di preparedness e riconoscerne il valore non è una rivendicazione di categoria. È una scelta di sicurezza collettiva.


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